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periodico di commenti e critica cinematografica

QUI RIDO IO un film di Mario Martone. commento di Biagio Biancardi

Affresco carnale del.mondo teatrale napoletano, attraverso la figura di Eduardo Scarpetta. Il film è solido e compatto e si regge intorno alla figura patriarcale di Scarpetta. L'ambientazione nella Napoli di fine Ottocento e' accurata e filogicamente corretta. Il grande commediografo ha una carriera folgorante e riceve sempre il tributo caloroso di un pubblico popolare, inventando una maschera tutta nuova "Felice Sciosciammocca" di grande successo. Ma gli applausi, le relazioni amorose e i tanti figli vengono rallentate da una denuncia del vate D'Annunzio, per una parodia che viene capziosamente definita plagio. In questa disputa emerge la figura del grande filosofo Benedetto Croce che conforta e difende dell'accusa Scarpetta, che poi verra' scagionato dall'accusa. Una storia nella storia e' rappresentata dai tre fratelli De Filippo di cui il regista Martone descrive il disagio umano e psicologico di figli.illegittimi del.patriarca. Il bambino che interpreta il grande Eduardo adolescente lo fa con.una misura e sensibilità veramente eccezionali. Per Scarpetta più che di a-moralita' possiamo.parlare di trans-moralita' con venature boccaccesche. Questa moralita' viene espressa dalla moglie di Scarpetta che dichiara che la loro famiglia non sa cosa sia la vergogna. Il film.si conclude con un'arringa in tribunale di Scarpetta che difende la sua paradia "Il figlio di Iorio" dagli strali degli.intellettuali napoletani che disprezzano la sua arte, ma lui difende con rabbia. Ma questa orgogliosa allicuziine rappresenta il crepuscolo di Scarpetta, che abbassa tristemente il sipario. Servillo riesce a dare credibilità e spessore umano alla maschera di Scarpetta e facendo di QUI RIDO IO un'opera godibile e di qualita' . (Biagio Biancardi)

QUI RIDO IO un film di Mario Martone recensione di FABIO FERZETTI riportata da Amedeo Borzillo

Qui rido io, il film di Mario Martone è un capolavoro Centrato sulla figura unica di Eduardo Scarpetta (con un Toni Servillo semplicemente strepitoso), ci ricorda che lo spettacolo è ancora l’arma migliore per combattere l’angoscia del tempo e della morte. Che poi lo faccia prendendo a prestito le forme e i codici del teatro per trasformarli in cinema, non fa che accrescerne la grandezza Qui ridiamo noi. Il tanto atteso film di Mario Martone su Eduardo Scarpetta, applauditissimo a Venezia e in corsa per molti premi, ci auguriamo, è un capolavoro. Proviamo a spiegare velocemente perché. Uno. Resuscita una figura chiave nella storia del nostro teatro e del nostro cinema, dunque della nostra cultura, con il rigore di chi ha studiato a lungo tutte le carte, edite e inedite, frugando in archivi pubblici e privati, ma poi ha romanzato in libertà questa vita incontenibile. Per esempio “invecchiando” Eduardo, Titina e Peppino de Filippo, figli naturali di Scarpetta, che all’epoca del processo (1906-1908) in realtà erano un po’ più piccoli che nel film (il solidissimo script, mai riferimento famigliare fu più pertinente, è di Martone e di sua moglie Ippolita Di Majo). Due. Questa vicenda così napoletana è sempre proiettata su uno sfondo “internazionale”. Dal lungomare che appare in apertura, ripreso nel fatidico 1895 nientemeno che dai fratelli Lumière, alle ripetute allusioni a Charlot, di cui il Felice Sciosciammocca di Scarpetta è forse uno dei possibili modelli. E non si tratta di nobilitare il soggetto, ma di ricordare che Napoli fu tra le capitali mondiali dello spettacolo e del cinema muto. In un altro paese questo sarebbe un fatto acquisito, noto a qualsiasi studente delle medie. Da noi è roba da specialisti. Tre. Rievocare Scarpetta significa tornare alle radici di gran parte della storia del nostro teatro e del nostro cinema. Da Totò (“Miseria e nobiltà”, “Un turco napoletano”, “Il medico dei pazzi”, nascono da commedie di Scarpetta) ai De Filippo, appunto. L’ipotesi di Martone, leggibile in filigrana nel film, è che tutto Eduardo sia attraversato da questa ossessione della paternità. Ipotesi da verificare, ma “Qui rido io” ha il merito di porla con forza. Sappiamo quanto il nostro mondo dello spettacolo sia incapace o poco desideroso di raccontarsi se non nei modi della commedia e della parodia. O nelle forme stucchevoli di certe fiction tv “popolari”. Martone ci indica anche la strada per un tesoro tutto da esplorare. Quattro. A interpretare questa figura “bigger than life” e la sua corte di donne, amanti, attori, attrici, figli, figliastri, collaboratori, amici, nemici (ci sono pure quelli), pensa un esercito di attori partenopei meravigliosi che non solo rendono memorabili i loro personaggi, ma creano un potente gioco di specchi fra l’epoca messa in scena, con tutti i suoi clan, le sue tribù, le sue gelosie, le sue complicità, e quella attuale (da Toni Servillo, uno Scarpetta assolutamente strepitoso, alle sue donne Maria Nazionale e Cristiana Dell’Anna, a Gianfelice Imparato, Iaia Forte, Antonia Truppo, Lino Musella, Roberto De Francesco, Nello Mascia, Gigio Morra…). Vecchia storia: se togliessimo di colpo la componente napoletana dal nostro cinema, il danno sarebbe enorme. Cinque. Poiché come avrebbe detto più tardi proprio Eduardo “fare teatro significa vivere fino in fondo quello che gli altri nella vita recitano male”, ogni distanza tra il palcoscenico e la vita “vera” è abolita. La vita è quella che si porta in scena ogni sera. Più quanto resta negli intervalli, che serve solo ad alimentare lo spettacolo. “Qui rido io” lo ribadisce a ogni scena, con un fulgore figurativo (la fotografia è di Renato Berta, le scene di Giancarlo Muselli e Carlo Rescigno, i costumi di Ursula Patzak) che non esalta solo le molte scene madri, ma rende folgorante per intensità e verità ogni apparente digressione, ogni indugio descrittivo. Sei. Come dice Benedetto Croce all’attonito Scarpetta, quando gli annuncia che lo difenderà dalle accuse di D’Annunzio in tribunale, “Ma come, voi che ridete di tutto non sapete ridere sul tempo che passa?”. Alla fine il cuore del film è questo. Centrato sulla figura unica di questo capocomico arrogante, padre-padrone, pronto a rubare la scena a figli e figliastri fino all’ultimo istante, anche a costo di umiliarli, “Qui rido io” ci ricorda che lo spettacolo è ancora l’arma migliore per combattere l’angoscia del tempo e della morte. Che poi lo faccia prendendo a prestito le forme e i codici del teatro per trasformarli in cinema, non fa che accrescerne la grandezza. Altro che “semplice biopic”, come abbiamo sentito dire in giro. Sette. Speriamo solo che la giuria lo capisca. Per ora è stato venduto a una società molto prestigiosa per la distribuzione negli Usa. È questo è già un segnale importante. 

dal film qui rido io

QUI RIDO IO film di Mario Martone. commento di Silvano Zanghi

QUI RIDO IO commento di Silvano Zanghi

Ho visto anche io l'ultimo film di Martone. L’ambientazione è eccellente così come gli attori. Ho trovato di una bravura eccezionale gli interpreti dei piccoli Eduardo e Peppino. Molto bravo anche Toni Servillo, che nelle parti da guitto gioca nel suo. Ho visto sul web una foto della famiglia Scarpetta che vedo di postarvi, è incredibile la somiglianza con gli attori. Ho dei dubbi sul fatto che questo tipo di teatro sia popolare… in realtà gli spettatori allora erano borghesi (come lo sono ancora oggi d’altronde i frequentatori di teatro). Però alla gente piace pensare che tutto il popolino andasse a vedere don Felice Sciosciammocca, visto quasi come un simbolo di napoletanità alla Maradona.   SilvanoZanghi

dal film qui rido io


dal film la scuola cattolica

LA SCUOLA CATTOLICA. film di Stefano Mordini it 2021 commento di Gennaro Montanaro

montavo@libero. a mauridal@mauridalfilm.it

La Scuola Cattolica : 2021 Un film sui drammatici risvolti della crescita adolescenziale dove la violenza è trasversale. C'e' l'Italia degli anni '70, quella della maggior parte di noi lettori. Mi è piaciuta la utilità narrativa scelta dal regista che rivela la lodevole intenzione di mostrare non solo un avvenimento ma anche un periodo che contribuisce a spiegare la formazione di veri e propri mostri. Ci viene rivelata e rammentata una società brutale, violenta e maschilista dove i vizi all'interno di posizioni sociali alto-borghesi e le verità più scomode erano abilmente nascosti . Padri violenti, madri viziose ,omosessualità nascoste,persino il colore politico facilmente identificabile nella estrema destra e l'uso di droghe sono elementi solo sfiorati nel film. Credo che il regista abbia scelto di indicare quanto ancora sia necessario fare contro la violenza sulle donne che risultano sempre doppiamente vittime, una volta nello stupro e poi nel giudizio successivo di chi ha saputo e vuole commentare. Gli stupratori sono presentati come personaggi al bivio tipico degli adolescenti e ricordano a chi di noi ha svolto il lavoro di docente il grande sforzo che spesso abbiamo dovuto fare per lenire e spesso gestire le "ebolizzioni caratteriali" (insomma i bollenti spiriti!!) riconoscibili nei nostri giovani studenti. Non mi farei inoltre ingannare dal titolo del film. Qui il Cattolicesimo si sposa con i privilegi sociali alto borghesi di quella società ma si percepisce che è vissuto come sincera fede solo da pochi e talvolta in modo distorto all'interno stesso della scuola. Piace nel film il sottile confronto tra le classi sociali dove a soccombere deve essere quella più modesta . La pellicola mi ha fatto ricordare una barbarie che ha segnato una intera genererazione e sicuramente la società che solo alla metà degli anni ha legiferato lo stupro come danno alla persona e non alla pubblica morale . Vi invito alla visione per identificarci in quel clima e nella realtà dei nostri anni giovanili senza lasciarci troppo catturare dalla violenza degli autori di quell'orribile delitto. Buona visione.    Gennaro Montanaro

THE FRENCH DISPATCH recensione di GENNARO MONTANARO

 THE FRENCH DISPATCH .       Wes Andreson non si smentisce ma radicalizza troppo lo stile delle sue invenzioni cinematografiche.  Per questo motivo a me  The French Dispatch non mi ha del tutto entusiasmato, lo ho trovato eccessivamente malinconico. Lo stile del regista  deborda con il passare dei minuti, finendo col causare una certa confusione nello spettatore. Film troppo abbondante quindi e che diventa anche un po’ pesante se si escludono i primi due episodi . Troppo ego andersoniano  anche se  riconosco nella pellicola un alto valore artistico. L’elogio al giornalismo è evidente e ricalcato sotto ogni aspetto, il gusto vintage, la precisione filmica, le scelte fotografiche, la ambientazione  teatrale quasi ossessiva, direi addirittura maniacale, mi hanno un po’ stancato durante la visione. Anderson unisce follia, sogno e umorismo in una rappresentazione variopinta e stratificata.The French Dispatch stimola continuamente lo spettatore ma forse richiede un’attenzione ed un impegno nella lettura testuale troppo faticosi. Credo sia  necessaria una seconda  visione per cogliere tutti i dettagli che Anderson propone. Gradevole è la ambientazione francese scelta (Anderson ha eletto la Francia sua patria adottiva da diversi anni ) , un ulteriore omaggio a grandi come Truffaut o Godard. Il titolo del film rimanda a quello di un giornale nel quale si riconosce il New Yorker di cui  era lettore proprio il regista fin da ragazzo e all’inizio si celebra la notizia della morte del suo direttore (Bill Murray). La pellicola prosegue poi ad episodi che non hanno alcuna connessione tra di loro. Il primo è un reportage su un artista psicopatico chiuso in carcere mentre il secondo segue i moti studenteschi nella Francia del ’68 e il terzo è la indagine sul rapimento del figlio di un commissario di polizia . La pellicola va  poi avanti , in modo anche un po’ strampalato, con  l’illustrazione filmica di una serie di articoli per un ultimo improbabile numero per arrivare poi all’annunciato necrologio. Il cast di attori è a dir poco monumentale, Benicio del Toro , Frances McDormand ( come non ricordarla in Nomadland ?), Timothée Chalamet, Jeffrey Wright, Adrien Brody , Willem Dafoe, Saoirse Ronan e molti altri ma questi grandi interpreti  sono secondo me vittime della originalità del regista poiché la loro recitazione finisce col rivelarsi alquanto piatta. E'  come se i protagonisti (forse troppi!!)  fossero ognuno una di quelle immagini rappresentata sui fotoromanzi o sugli  albums di figurine di giovanile memoria.(gennaro)

Hammamet un commento di Gennaro Montanaro

Hammamet:....è difficile fare un film su Craxi...meno sull'epoca che ne ha contraddistinto l'ascesa. Il regista ricorre ad un titanico Pierfrancesco Favino...ma lascia solo immaginare l'accaduto. Craxi è decadente, disilluso,consapevole della fine prossima. Come docente di letteratura inglese non posso fare a meno di vederci un Re Lear shakesperiano, un Macbeth o uno dei personaggi da Amleto.E' sicuramente la scelta migliore operata da Gianni Amelio......il protagonista è letterario, lucido ma non "cronacistico " come forse ci si attendeva. Chiunque cerchi la verità su quegli anni...desista dalle sue intenzioni ma la verità storica successiva io la leggo nella improvvisa apparizione di Berlusconi in un lucido discorso sulla guerra in Serbia. Hammamet è un buon film ,non un grande film ma merita attenzione . Ci ho visto la agonia politica del nostro paese che si è manifestata subito dopo la scomparsa di una figura istituzionale che merita una rilettura. Gennaro Montanaro .


TENET un film di NOLAN

RICEVO E PUBBLICO il commento al film di Gennaro Montanaro

Attenzione ,io ho appena visto TENET il fanta-thriller di Christopher Nolan.Un film volutamente complicato…..suggerisco un buon voto in fisica a scuola per vederlo o per ri..vederlo. Innanzitutto attenzione ai dialoghi…..e cercate di evitare di non farvi deviare dal ricco soundtrack che confonde ancora di piu’. A mio parere si tratta di un puzzle senza la composizione dell’immagine finale…e mi chiedo…..è voluto? Bella l’idea del tempo che scorre all’incontrario..ma viene spiegata in modo eccessivamente macchinoso in un film che confonde fin dalla presentazione del protagonista che appare sulla scena e allo spettatore viene quasi imposto di conoscerlo già…..ma chi è??? Da dove viene?....per chi lavora??...Vi prego scordatevi del papa’…Denzel Washington…..la’ siamo ad altri livelli,sebbene il figlio si atteggi da novello 007!! Inoltre il regista ,Nolan, sembra voler drammatizzare le scene ad ogni costo….confondendo lo spettatore a piu’ riprese……(l’ho visto al cinema con lo spettacolo delle 22.00…….suggerisco quello delle 16.30!!!)….e poi…chi mi sa dire alla fine……contro chi sparano…i vari “marines””??????

Non perdetevi il film  The Sisters brothers, commento di

Antonio de Falco 

Nella sonnolente criptoprimavera in corso può sfuggire un appuntamento cinematografico che vale il costo del biglietto. Lo psico-noir-western del regista J. Audiard va visto non solo per la bravura di John C. Reilly ( fantastico Ollio, tra l'altro, nella film Stanlio e Ollio ), ma per l'originale sceneggiatura, gli sfondi dark sui quali si muovono le tragicomiche gesta dei fratelli, invincibili killers, all'epoca della corsa all'oro, al servizio del potente Commodore che li mette sulle tracce di un chimico inventore di una miscela che illumina il fondo dei fiumi e rende visibili le pietre del nobile minerale. L'eccentrico western, tratto da un romanzo di P. deWitt, potrebbe far storcere il naso ai puristi del genere, non agli amanti delle ibridazioni.

Ho visto il film "IL TRADITORE"  di Marco Bellocchio

commento al film di 

Biagio Biancardi

Il film "Il traditore di Bellocchio è uno spaccato dell'Italia quasi Shakespeariano, ma senza indulgere nel sensazionalismo e nella necrofilia .Savino/Buscetta è eccezionale con una recitazione misurata e sobria, ma molto efficace. Il clou del film  è il confronto  Pippo Calò /(Ferracane (altro grandissimo attore)con Buscetta nel maxiprocesso, soloquestodialogo vale il biglietto del film. Poi mi ha turbato una scena apparentemente secondaria: il figlio di Buscetta durante una festa mafiosa viene sorpreso   in preda agli stupefacenti dal padre che lo malmena ed umilia in pubblico, mentre la madre lo assiste con amorevole pietas. E' uno spaccato della violenza di questi signori che si manifesta anche con i propri cari. Invece il personaggio di Falcone è troppo rigido ed imbalsamato, quasi un monumento vivente. Vi consiglio vivamente di vedere il film,    Biagio Biancardi. 

Ho visto il film SELFIE

commento inviato a mauridalfilm

da BIAGIO BIANCARDI

E' un filmdocumentario che indaga sul quartiere Soccavo e in particolare sulla vita nel rione Traiano visto come un mondo a parte popolato da un sottoproletariato sfuggente e immerso nella tragedia di. un futuro nebuloso ed indistinto. I due protagonisti si filmano da soli con il cellulare così come gli altri personaggi ,  in questo modo vi è una presa diretta sulla realtà di un quartiere turbato dalla morte assurda di Davide Bifolco , ragazzo di vita di 16 anni ucciso per errore da un poliziotto che gli spara alle spalle dopo un un rocambolesco inseguimento scambiandolo per un ricercato, Davide era invece incensurato. Una morte assurda , il fratello Tommaso si si lascerà morire poco dopo. La famiglia ed il quartere increduli sono travolti dal dolore che mostra uno Stato vendicativo e assurdo : lontanissimo dai bisogni della gente . La storia narrata è la rielaborazione di questo lutto e la descrizione della vita di questi" ragazzi di vita" soli e rabbiosi . La loro quotidianità è scandita da violenza e tenerezza e uno scrutare un futuro fatto di difficoltà  e indigenza.   Il momemto più bello è quando uno dei due protagonisti recita e commenta l'infinito di Leopardi causa della sua espulsione dalla scuola voluta e indotta da un'insegnante gretta e superficiale. E' un piccolo grande film, da vedere . Assolutamente. B. Biancardi.

JOKER un film. Regia di Todd Phillips. con Joaquin Phoenix,

Ricevo e volentieri pubblico un commento di Gennaro Montanaro ;  

Ho visto JOKER. Film distopico . Fa riflettere..l'atmosfera è ossessiva....gli uomini vivono una realtà quotidiana consapevoli del fallimento...la violenza è dietro l'angolo....Joker..non puo' vivere le sue fobie contando sulal comprensione degli altri. Vive a metà strada tra relatà e fantasia e solo il ruolo da commediante puo' regalargli una apparente normalità.Joker è il vero antieroe ,un personaggio vero, nulal a che fare con i fumetti .E' vittima della violenza della società e di un'ingiustizia sociale che causa rabbia e frustrazione. E' un antieroe invisibile , un essere umano lanciato come un proiettile verso il disastro :Non provi sentimenti particolari per lui , tutti soffrono di frustazioni in fin dei conti e allora tutti siamo dei JOKER !

un commento di GENNARO MONTANARO. : NOTTURNO. un film di GIANFRANCO ROSI

NOTTURNO (2020) di Gianfranco Rosi : Cosa ti aspetti da un documentario?....un commento, un percorso che abbia una direzione e un obbiettivo! No, Il NOTTIRNO di Gianfranco Rosi tradisce il titolo. Non c’e’ nulla di notturno ma tanta luce, tanto colore che però riesce ad esprimere neutralità. Rimani appeso ad un filo di speranza per una terra devastata dalla guerra e dalle suggestioni che le immagini a cinepresa assolutamente statica ma che generano una profonda empatia ti trasmettono. La drammaticità della situazione riesce a disorientarti mentre cerchi dei punti di contatto con le storie e con i personaggi. I tre anni che il regista ha trascorso tra i confini di Iraq, Siria, Kurdistan e Libano rivelano attraverso immagini non la voglia del viaggiatore di raccontare come molti documentari ci hanno abituato ma adrenalina pura e passione autentica.Nulla lascia trasparire i rischi ed pericoli che la troupe ha affrontato. Alla fine i paesaggi che Rosi ti propone, dei veri e propri quadri immobili e per questo affascinanti verso i quali fai fatica ad immaginare le devastazioni che pur ci sono note. La violenza, le torture, l’orrore che si cela dietro l’intero documentario risultano alla fine sconfitti dalla bellezza della natura che le immagini scelte dal regista, ti trasmettono. E’ vero, Rosi fa una scelta di assenza di comunicazione , lui sceglie di rimanere all’esterno delle varie situazioni, bisogna ascoltarlo, come abbiamo fatto stasera in un prezioso incontro al Modernissimo,per scoprirne la spontaneità e assaporare il valore morale dell’opera.

HAMMAMET. un film di Gianni Amelio due commenti di Biagio Biancardi

Hammamet? Film prudente. Il regista ha fatto un compitino corretto, ma esangue. Di Craxi non interessa al pubblico la famiglia o il suo piccolo harem, ma quello che ha rappresentato per l'Italia. Amelio dopo un buon inizio ci ha "appallato" con le vicende personali del leader socialista. Peccato perche' ha avuto un Favino ancora in stato di grazia. Poi vi sono degli aspetti della vicenda di pura fantasia che appesantiscono il film e lo rendono confuso. Un'opera ad andamento lento per pigrizia o paura. Peccato! Biagio Biancardi.

 ho visto Hammamet. Grande interpretazione di Favino e film incentrato molto sull'aspetto umano di Craxi. La seconda parte e' un po' lenta; in alcuni tratti soporifera, di pura fantasia ed anche illogica. La figura di Craxi politicamente viene solo sfiorata perche' era ed e' negativa. Teorizzava l'impunita' per la politica corruttrice ed ha distruuto un partito secolare il PSI condizionato dai suoi deliri narcicistici e che dopo la Sua fuga in Tunisia con alcuni rantoli e' morto. Andreotti ha affrontato i processi con dignita. Bettino e' fuggito. Anche questo aspetto ne fa un politico modesto e mediocre. Pero' rispetto all'ipocrisia ed al cinismo democristiano e comunista era piu' vero e genuino. Questa umanita' la manifesto' anche nel "Caso Moro", da tutti abbandonato, compresi i suoi compagni di partito, ma non da Lui. Riposa in pace.    Biagio Biancardi

 

L'ultima notte a SOHO Regia di Edgar Wright.commento di Gennaro Montanaro

---------- Forwarded message --------- Da: Date: sab 6 nov 2021  Subject: Recensione l'ULTIMA NOTTE A SOHO To: mauridal@mauridalfilm.it

Ultima Notte a Soho…(un po’ Polanski, un po’ Dario Argento)…….ma sicuramente ipnotico !! Che ne direste di un tuffo nella Londra rutilante degli anni ’60 accompagnati da musiche ,atmosfere e personaggi che si mescolano in un caleidoscopio di avvenimenti coinvolgenti? Questo  film cattura e incute paura , un horror unico davvero bello arricchito da una componente sovrannaturale con protagonisti una bravissima (Sandie) Anya Taylor-Joy e (Ellie) e una altrettanto brava Thomasin McKenzie. Il film è giocato sul tema del doppio e dello scambio di persona ed è ambientato nelle strade e nei locali della leggendaria Swinging London, la capitale unica degli anni ‘60, tutta da ballare e tutta da vivere. Ellie (Thomasin McKenzie)  lascia il countryside della Cornovaglia dove vive con la nonna (Rita Tushingham) per andare a studiare  moda a Londra . Ci abituiamo da subito alle sue movenze timide e impacciate che , in una splendida spola tra il 2021 e gli anni '60 riescono  a farci rivivere le atmosfere di questi ultimi. A Londra Ellie  entra in uno strano contatto con i ricordi di  Sandie, una ragazza come lei  che è arrivata a Londra per tentare di sfondare. In un magnifico gioco di specchi la sua vita  in un  attico di stile vintage londinese ,ospite pagante di una certa Miss Collins, si mescola quindi  con quella della  sognatrice  Sandie. Notte dopo notte, Ellie s'immerge nelle memorie della ragazza  rivivendole in prima persona. Ma a questo punto la vita delle due ragazze prenderà  una svolta terribile, che svela il lato oscuro della Londra di quel tempo.  Il regista Edgar Wright ci regala scene di ricordi ,paure, luoghi e fatti che trasformano quegli splendidi anni ’60 in qualcosa di spaventoso e terribile. Wright riesce a tenerci incollati alla poltrona grazie ad una sovrapposizione di immagini di grande scuola. Entriamo in un mondo di luci e colori , una atmosfera ammaliante e in qualche modo magica dove un ottimo missaggio sonoro fa da elemento complementare ai continui ribaltamenti di posizione e potere tra Sandie ed Ellie.  Il registra è bravo nel farci comprendere la disillusione di quella Londra e a trasformarci da spettatori passivi in elementi partecipi degli eventi delle due ragazze . Preparatevi a entrare in un vero e proprio thriller angoscioso nel quale le due ragazze (la protagonista e il suo doppio!!)  dimostrano tutto il proprio talento interpretativo. Personalmente mi sarebbe piaciuto che al cast di supporto delle protagoniste fosse stato dato maggiore spazio se si eccettua un grande Terence Stamp ma, in conclusione , la storia risulta avvincente e fedele a quanto della Londra anni 60 il regista intende presentarci.

L'INCREDIBILE STORIA DELL'ISOLA DELLE ROSE un commento di Gennaro Montanaro

 L'incredibile storia dell'Isola delle Rose Un film di Sydney Sibilia. Con Elio Germano, Matilda De Angelis, Fabrizio Bentivoglio, Luca Zingaretti, François Cluzet.Il nostro ’68 , i nostri sogni ee,forse, anche le nostre illusioni riviste attraverso un sogno e la musica di quegli anni. Elio Germano, ancora una volta fantastico, interpreta una figura folle e un po’ disincantata e ci riporta ai nostri sogni di abbattimento di regole e burocrazia. Quel mondo democristiano non comprendeva ne accettava ma ,anzi, ci soffocava in una moralità senza più senso. Avevamo fame di libertà e trasgressione, ci piacque il maggio francese e le occupazioni delle facoltà e delle scuole. Qualcuno di noi studiava l’esperanto. Il film è un vero e proprio carosello colorato di fatti, personaggi, musica ,curiosità, immagini e soprattutto sensazioni. Gli interpreti tutti un po’ stralunati e fantastici non perdono di dignità neppure nella magistrale interpretazione degli adulti democristiani dell’epoca, in primo luogo un eccellente Fabrizio Bentivoglio (quasi una seriosità rubata a Toto’ e Peppino!!) Film da vedere assolutamente.