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periodico di commenti e critica cinematografica


Titolo.         VOLEVO NASCONDERMI 

VOLEVO NASCONDERMI   un film  di Giorgio Diritti, con Elio Germano. 

Quando un personaggio, protagonista di una storia, occupa con tutta la sua pienezza un film, allora dobbiamo guardare all’interpretazione che ne dà l’attore, che si carica della responsabilità e della fatica di rappresentarlo. Anche il regista del film , ha in qualche modo l’onere della restituzione e della credibilità del personaggio, specie se questi è realmente esistito e ha lasciato tracce e testimonianze della sua esistenza. Un personaggio ,come il pittore Ligabue che ha lasciato tante testimonianze della sua vita ma soprattutto della sua arte pittorica. Ora un film su questo personaggio lascia poco spazio all’invenzione o alla divagazione del cinema, quindi scelta obbligata il genere biografico, pure se ben inquadrato nella scelta di lasciare ampio spazio alla interpretazione, direi emotiva e viscerale dell’interprete, l’attore Elio Germano, che qui in questo film , riesce a restituire tutto quello che di nascosto forse aveva voluto l’ uomo e artista Ligabue. L’uomo afflitto da follia, e l’artista che ne usufruisce per creare pittura naturalistica e di genere realistico per niente astratta o intellettualistica. I meriti di questo artista pittore rimangono nella storia dell’arte e nella sensibilità di coloro che sanno apprezzare questa pittura , Tuttavia i meriti del film sono a vantaggio dell’interprete che ha dato tutto il meglio della sua esperienza, forte dei personaggi già realizzati in precedenza come il giovane Leopardi. Elio Germano ha conseguito un meritato plauso, il suo Antonio Ligabue da vecchio è insuperabilmente straordinario . Il film in più fa conoscere al grande pubblico un artista italiano nel contesto culturale di una regione emiliano romagnola prolifica e vivace. ( mauridal)

ELENCO TITOLI  DELLA PAGINA

NOTA : per trovare il film devi scorrere la pagina fino  alla recensione:

VOLEVO NASCONDERMI

:LA TRISTEZZA HA IL SONNO LEGGERO

: IL BENE MIO

: IL FILO NASCOSTO

: RIFKIN'S FESTIVAL

: IL BUCO IN TESTA

THE FATHER

: COMEDIANS

:Per Lucio 

:OCCHI BLU

:Marx può aspettare 

: ESTATE 85 

: JAMES

: TRE PIANI

 


LA TRISTEZZA HA IL SONNO LEGGERO un film di Mario Marco De Notaris

Di pellicola in macchina da ripresa ne è passata , da LA FAMIGLIA di Scola , al film LA TRISTEZZA HA IL SONNO LEGGERO, e anche le famiglie sono cambiate un pò dovunque , questo film di Marco De Notaris regista e attore ,non è una commedia italiana e neanche una malinconia partenopea, vista l’ambientazione e gli attori che interpretano personaggi di impronta napoletana . Direi che assomiglia a una dispensa psicologica che tratta dei padri in fuga di madri piacenti ma decise a imporsi , e dei figli che provenienti da più unioni materne o paterne, cercano di crearsi o di inseguire degli affetti in famiglie allargate o singole e dunque non cedendo alla disperazione volendo affermare la propria presenza. Intanto la storia di Erri Gargiulo è ambientata nel ’89-90 anni di cambiamenti geo politici, la fine dei blocchi ,la caduta dei muri, ma anche una crisi di generazioni ex giovanili tra i trenta e i quaranta anni ma ancora non autonomi e spesso disoccupati intellettuali. Tuttavia Erri è sposato lavora come fumettista precario, ma il regista che è anche interprete di Erri non sceglie di raccontare l’aspetto sociale di un epoca ma quello introspettivo, dunque dei rapporti affettivi tra persone siano essi affini o come si direbbe oggi , congiunti. Spuntano nella storia sorelle e sorellastre di Erri , mogli e madri , padri di fatto e naturali creando un vero guazzabuglio, tanto che ogni personaggio si qualifica nel film , per non confondere lo spettatore. Il segno ironico esiste , e si fa vedere sia nella recitazione degli attori , che nei tratti della storia, incentrata sul fatto che Erri non è capace di affermarsi nella sua vita affettiva , cacciato di casa dalla moglie giovane ma di vecchia cultura , vuole figli che non può avere, Erri dunque non vuole o non può abbandonare lui ,le convenzioni del sesso, dei ruoli e quando chiama una ragazza per fare sesso ,si presenta sotto mentite spoglie una vecchia conoscenza , Arianna , la figlia del secondo marito della madre . Una ragazza conosciuta da bambino, neanche una sorella ma forse un vero amore scordato. Il film si perde nella storia dei personaggi, tutti diversi e uguali, tuttavia, legati da una esigenza di affetto richiesto l’uno dall’altra e mai corrisposto. Il regista ha narrato una storia nel film , attingendo dai temi dello scrittore Lorenzo Marone ,scegliendo di identificarsi nel protagonista Erri , tralasciando una particolare attenzione alla perfezione cinematografica dell’insieme del film, in questo rimarca la sua cultura teatrale che si evidenzia nella scelta spazio temporale della narrazione , i fatti e tutti i personaggi si ritrovano in una casa nel corso di una nottata trascorsa a cena , con nel fondo un vecchio televisore acceso, con le immagini del Tg su Berlino. Buona l’interpretazione degli attori , dai più maturi ed esperti come La Sandrelli , Taiuti e Honorato alle più giovani talentuose, Serena Rossi ed Eugenia Costantini, merita ,un Ciro Priello ,nei panni seri di un figlio marito e padre , immaturo e fedifrago. ( mauridal)

dal film :LA TRISTEZZA ha il sonno leggero

Marco Mario De Notaris in la tristezza ha il sonno leggero

IL BENE MIO , un film di Pippo Mezzapesa 

IL BENE MIO film di Pippo Mezzapesa con Sergio Rubini ITA 2018

Si possono cancellare i ricordi? Questo sembra il tema del film, ma a ben guardare nel racconto il film aggiunge, si può ricostruire una vita o un luogo , senza una memoria del passato , abbandonando del tutto ciò che è stato , seppure distrutto o scomparso per eventi tragici il terremoto ad esempio oppure per una morte dolorosa. Il racconto tra realtà e fantasia onirica, trae spunto dalle vicende dei paesini terremotati dell’Irpinia e Basilicata dopo il terremoto dell’ 80 Il personaggio protagonista Elia interpretato dall’ottimo Sergio Rubini , non vuole abbandonare il suo paese terremotato per trasferirsi nel nuovo insediamento ricostruito ,nuovo, senza storia e soprattutto senza memoria. Elia ha perso la giovane moglie maestra della scuola e non riesce a rivivere una nuova vita se non nei ricordi e aggrappandosi a alla sua vecchia casa dove conserva gelosamente tutti i suoi vecchi cimeli oggetti foto e giocattoli. Dunque sopravvive solitario e isolato dal resto della comunità che invece ha scelto di continuare a rivivere in altro luogo . Anche quando il sindaco e altri paesani cercano di allontanarlo dalla sua vecchia casa pericolante, addirittura con la minaccia di chiuderlo con un muro e filo spinato definitivamente. Elia non vuole cedere e mentre si procede alla recinzione della casa da parte della polizia municipale intervengono nella storia sceneggiata da Massimo De Angelis, due figure femminili , Rita ex collega viva della moglie di Elia e Noor una giovane immigrata clandestina rifugiatasi nel paesino abbandonato per sfuggire alla polizia, Potrebbero cambiare la vita di Elia che si mostra attento e aperto all’amicizia femminile , ma mentre accoglie provvisoriamente la immigrata in casa per rifugio, vietandole intanto di vestire gli abiti della moglie, respinge Rita perché gli propone di vivere con lei una nuova vita reale . Elia è come lui stesso dice una capa tosta, tipica figura eccentrica e anomala dei paesini del sud italiano. Intanto Elia spiega ai suoi compaesani e al suo unico amico Gesualdo ,il motivo di questa strenua resistenza, non vuole dimenticare la sua storie e quella del paese in cambio di una modernità vuota omologata a tutto il resto , di un paese lanciato in un futuro senza memoria e senza storia. Grande tema culturale che il film tratta ,con fantasia e dramma , anche leggerezza nella figura di Elia cucita addosso per Sergio Rubini che si assume la risoluzione del film quando costretto ad abbandonare la casa , convince Noor che non voleva lasciarlo solo, a partire per la Francia mentre lui stesso rimane fermo simbolicamente davanti al cancello chiuso della scuola dove morì la moglie. Nelle immagini finali il regista chiude poeticamente la storia di un uomo e di luoghi, ormai perduti fisicamente ma redivivi nella memoria .(mauridal)

IL FILO NASCOSTO un film di Thomas Anderson

IL FILO NASCOSTO un film di Thomas Anderson Usa 2017 Quando la storia di un uomo , uno stilista di moda di alta classe, fissato sul lavoro, intransigente con sé e con gli altri, si intreccia con la vita di una donna più giovane ma una semplice cameriera , bella e sorridente ,soprattutto docile e acquiescente, allora le due storie diventano un film come questo , che di nascosto non ha solo il motivo dei comportamenti di Reynolds ,il grande sarto ma anche il misterioso sorriso di Alma la docile ragazza, che grazie alle sue perfette misure diventa la musa ispiratrice dei vestiti di alta moda dello stilista. Intanto l’ambientazione è perfetta di una Londra anni Cinquanta ,nobile ,con gente agiata, signore ricche , è ben descritta nei minimi particolari , nei dettagli delle belle inquadrature , e dunque il film ha una fotografia raffinata ed elegante proprio come dovevano essere gli abiti di Reynold, e quindi il regista forse ha voluto confezionare un film alla stregua del racconto narrato, adeguando il linguaggio del film alla ricerca della perfezione formale e della bellezza ideale del protagonista. Ma interviene, la misteriosa storia dell’incontro tra i due personaggi, lo stilista e la cameriera , incontro fatale che complica il film di implicazioni Psicologiche , che solo uno specialista potrebbe analizzare , ma che qui limiterei al semplice fatto collaudato dell’artista e la sua musa , che da semplice modella diviene una creatura indispensabile per la vita sia creativa che personale dell’artista. Potrebbe la storia del film concludersi qui. Ma Anderson, insiste sui personaggi e su Reynold in particolare che grazie all’ottima interpretazione dell’attore Daniel Day Lewis, restituisce un uomo tormentato , difficile da trattare, che solo Alma e Cyril, una ambigua figura di sorella socia , donna anch’essa assai difficile, riescono a contenere. Dunque il film è intriso di aspetti psicologici , che spiegano il finale di abdicazione del protagonista Reynold stilista , all’amore di Alma , che sposerà con abito sontuoso .Bella interpretazione della graziosa Alma l’attrice Wicky Krieps . ( mauridal )

RIFKIN'S FESTIVAL un film di Woody Allen

RIFKINs FESTIVAL Con i soldi si friscia , con la miseria si piscia. Una battuta del discorso educativo fatto dai genitori di Morton quando era piccolo e che gli rimarrà in mente anche da vecchio , ormai professore di cinema a NY , e che troviamo suo malgrado , con la bella e giovane moglie al festival del cinema di San Sebastian , per lavoro. Morton Rifkin , Mort , per gli amici è un personaggio che nel cinema di autore , come è il cinema di Woody Allen , rappresenta l’alter ego del regista e ne assume non le sembianze fisiche, ma tutte le caratteristiche psicologiche , le idee, i modi di fare , insomma tutto ciò che il regista autore del film non può esibire direttamente sullo schermo. Questa volta Woody ha centrato il personaggio, e il film. Forse alla sua bella età uno dei film che rimarrà come un esempio del suo cinema e della sua arte .Dunque un film non straordinario , ma delizioso, un film di un vecchio regista che non si piange addosso , che non cede alla malinconia, ma che finalmente si libera e di diverte, col film, con citazioni divertentissime del grande cinema europeo , a cui tiene molto , e lo contrappone al cinema americano di Hollywood, che considera incolto , e pomposo, come il regista Philippe un personaggio questa volta opposto alla personalità di Woody e che rappresenta come un uomo giovane e piacente , un regista di film inutili che partecipa alFestival di cinema solo per il business ma senza alcun merito. Ma con grande ironia e auto ironia è l’uomo di cui fa invaghire la giovane vacua e frivola moglie di Mort il quale intanto deve assistere non al festival ma a tutte le intese e e complici performance dei due che non si nascondono e flirtano pubblicamente . Dunque Mort , messo in disparte dai nuovi amanti dà la stura tutta la ipocondria possibile , Alleniana certificata . Acufene, colesterolo, orticaria, reflusso e infine una Aritmia cardiaca che lo porta a cercare, tramite amici di cinema a San Sebastian, una dottoressa cardiologa, che intrigante , colpisce Mort al cuore ! in senso sentimentale , tanto che ogni giorno è sempre in ambulatorio a farsi visitare a dispetto degli appuntamenti della moglie . Dunque il vecchio Woody tramite Mort non demorde , è sempre colpito dal fascino femminile , in una recente intervista Woody dice che tra il cinema e le donne preferisce le donne perché senza il femminile non può vivere neanche artisticamente. Intanto Mort riesce a conquistare la dottoressa spagnola, portandola in giro e finalmente dimenticando la moglie e il suo regista amante. Intanto anche la dottoressa , la brava attrice Elena Anaya, vive un matrimonio infelice per cui coinvolge Mort in un turbinoso affare di tradimenti. Dunque , solo una storia di gelosie tradimenti ? Quando è Woody Allen alla regia del film allora siamo certi che è il Cinema il protagonista della storia , infatti per tutto il film affianco alla storia narrata, dei personaggi si intrecciano tutte le scene di film europei francesi, italiani di Fellini, Truffaut, Godard, Bunuel, rifatti in sogno e immaginati da Mort , come infine , di Bergman dove nella celebre partita scacchi anche la morte interpretata da un cameo di Cristoph Waltz sembra rinunciare alla falce e al proprio lavoro dispensando consigli sulla vita e cura di malattie. Tutto il film è una antologia del cinema che Woody tramite il prof. Mort riesce a raccontare con autoironia, sicuro del piacere del pubblico a guardare. Dunque come è riuscito in tutto questo , nella sua bravura di regista , nella perfetta fotografia di Storaro ma nella identificazione di Wallace Shawn, in Woody perfetto alter ego , un attore che con la sua faccia di bonario porcospino mitiga le ansie e le nevrosi del regista che infatti apre e chiude il film con la sua classica seduta di psicoanalisi, senza risposte . ( mauridal)

scena del film di Bergman rifatta da Woody Allen in RifkinsFestival

Woody e il suo alter ego Mort ( da Rifkins Festival)

IL BUCO IN TESTA un film di Antonio Capuano Italia 2020

recensione mauridal.

dal film il buco in testa

dl film il buco in testa

IL BUCO IN TESTA film di Antonio Capuano Italia 2020 Si tratta della Storia di una donna Maria Serra , figlia di un giovane poliziotto ucciso a Milano nel 1977 mentre era in servizio durante una manifestazione di giovani di autonomia operaia, gruppo estremista di sinistra. Liberamente tratto da una storia vera ,il film non affronta la politica lacerante di quegli anni così difficili per tutti quelli coinvolti giovani ,poliziotti, ed estremisti politici . Capuano non è uno storico dei fatti accaduti nel 1977 , neanche un saggista politico. Capuano , regista di film molto decisi ,e alternativi, è un artista del Cinema , usa il Cinema per raccontare le sue storie e qui conferma la sua vena artistica disegnando la figura di Maria , giovane donna del Sud molto segnata dalla vita , e quindi dura con sé stessa e con gli altri. Questo personaggio molto riuscito nel film per la bravura dell’attrice Teresa Saponangelo che lo interpreta, è la chiave della storia narrata , è il significato e la ragione per cui viene raccontata e distingue questa storia, dalle tante storie di quegli anni ormai lontani. Maria quando si racconta , si rivolge al pubblico del film, parlando in prima persona e guardando la cinepresa. Questa scelta di Capuano , nel linguaggio del cinema è la Soggettiva , uno stile del cinema francese , nouvelle Vogue, ma anche uno stile molto ruvido del giornalismo d’assalto. Molto efficace quindi per questa storia che in sintesi vede la giovane Maria alla ricerca dell’assassino del padre, in quel maledetto giorno della manifestazione a Milano. Maria non ha mai conosciuto il giovane padre , è nata dopo la sua morte , ma è cresciuta nel mito e nel ricordo di una figura eroica che lei forte e ostinata vuole vendicare. Quindi tutto il film è un suo viaggio reale ma anche interiore dal Sud a Milano e ritorno , per cercare questo altro protagonista di quegli anni il giovane estremista assassino. Per liberarsene e magari ucciderlo. Troverà un vecchio confuso , e stordito, un uomo anch’egli segnato dalla storia, ma che accetta di incontrare Maria a Milano nei luoghi di quella vicenda per tentare una giustificazione e discolparsi. Capuano regista , e autore , aveva già intuito nel film ciò che è accaduto oggi ovvero il tema della riconciliazione tra estremismo violento , le vittime e le istituzioni di una, ancora libera , repubblica italiana .Non è la sede adatta per riprendere gli ultimi avvenimenti di cronaca in merito a questo tema , ma l’attualità conferma la intuitiva scelta del regista Capuano, come autore . Intanto il film ricostruisce attorno alla storia interiore di maria una inevitabile differente storia della vita reale della donna che originaria della cittadina di Torre del Greco in Campania vivrà tutte le contraddizioni e i problemi di essere donna sola, precaria in un ambiente ostile e malavitoso. Dunque una storia parallela nel film, che cerca di rappresentare un contesto sociale che però riprende tutti gli stereotipi, le convenzioni della situazione malavitosa criminale del sud anche con tutti i tentativi buoni di recupero dei giovani in attività culturali o sociali. Qui il film si indebolisce e allunga il racconto in ulteriori particolari del tutto secondari, la scuola vandalizzata , il contesto familiare di maria , e i numerosi personaggi minori che appesantiscono la storia. Tuttavia il merito di Capuano è stato di raccontare una vicenda realmente vissuta , in una dimensione fortemente emotiva per la protagonista , ma con un linguaggio del cinema avanzato e moderno anche con citazioni estetiche del cinema di avanguardia. Un film difficile ma importante ,che farà discutere. (Mauridal)

IL BUCO IN TESTA   commento di PIPPIOLA

 

Alla fine della proiezione il buco in testa lo avevo anch’io, un buco un po’ annacquato su cui galleggiavano interrogativi. Una storia difficile, sicuramente, una prospettiva personale e non un taglio politico, questo è chiaro. La scelta di “diluire” il perno della storia, l’incontro desiderato e temuto da Maria con l’assassino del padre, con le vicende dure e difficili della vita della protagonista fa cadere la tensione proprio sull’argomento principe. Assume un carattere quasi da sfondo ad una serie di avvenimenti che, troppo spesso, si configurano come immagini stereotipate della periferia napoletana e dei suoi abitanti. La violenza fa da protagonista e quella quotidiana, della vita di Maria, è perfino più forte, più incisiva della violenza assassina. Sarà proprio questo il filo che unirà, in una sorta di comprensione, che si esprime con una stretta di mano, Maria e Guido. La costruzione della sceneggiatura sembra distrarre continuamente, proponendo tanti temi, troppi e mai approfonditi, a volte scivolanti verso il folkloristico. Anche le immagini non mettono a fuoco, sorvolano e, talvolta, cedono a compiacimenti estetici poco originali. Un interrogativo incalzante è perché non sia stato dato maggior respiro al rapporto drammatico tra madre e figlia. Maria è alla ricerca della figura paterna, raccontata, ricordata, le manca tanto. In realtà la mancanza profonda è quella della madre che c’è  è viva ma è come se non lo fosse; ha smesso di vivere dall’assassinio del marito. Un’ultima riflessione sul dolore. Un grande dolore vissuto in una realtà sociale difficile lo rende diverso? Il dolore di Maria in un contesto più “morbido”avrebbe avuto su di lei un effetto diverso? Dolori così grandi hanno una valenza universale o no? Il contesto sociale modifica la percezione e/o la reazione al dolore? L’indiscutibile bravura della protagonista e dell’interprete di Guido  non sono sufficienti ad emozionare e ad avvincere

THE FATHER un film di Florian Zeller commento mauridal

THE FATHER Nulla è come sembra. un film di Di Florian Zeller. Il regista e commediografo Florian Zeller, tratta in questo film, un tema che in qualche modo tutti hanno conosciuto, la vecchiaia e le sue conseguenze . I padri e i genitori anziani la vivono direttamente, i figli più o meno giovani, conoscono le conseguenze che la vecchiaia produce sulle persone e nel caso di Father è proprio la demenza senile , che produce in Anthony ,il protagonista un sorta di stracciamento dalle vicende vissute, ma anche un estraniamento rispetto alle persone care o vicine che a lui appartengono, come la figlia Anne e il marito, o le varie badanti e infermiere che si occupano dei lui. Dunque una storia di vecchiaia resa però attraverso un personaggio Anthony , che non accetta nella sua ragione , di essere malato di Alzheimer,e si comporta nel suo habitat ovvero la sua casa come un perfetto gentlemen con punte di forza e simpatia quando vuole presentarsi agli altri, figlia ,genero ,badanti come appunto nella perfetta normalità di tutti , senza dubbio alcuno. I guai iniziano quando la realtà si lacera e agli occhi di Anthony compaiono figure sdoppiate, irriconoscibili che da amabili persone diventano terribili nemici , ladri e finanche probabili assassini. Il pregio del film è che non è il solo Anthony a vedere e vivere questa pseudo realtà , poiché anche lo spettatore viene immerso in una storia piena di ambigue figure , e di situazioni dove “nulla è come sembra” . Il regista dirige amabilmente il grande Anthony Hopkins che rende perfettamente il disagio mentale dell’uomo, ma da grande attore qual’è crea una figura teatrale , è un personaggio che recita una normalità a cui nessuno crede ma che dovrà fare i conti con i suoi affetti veri la figlia e suo marito che non possono far fronte al problema. Il regista quarantenne, tradisce  la sua di angoscia di invecchiare in malo modo, o forse ha già vissuto il problema con anziani genitori . Dunque questo film drammatico, a volte scivola nel thriller di Kubrik quando tutto si svolge tra camere da letto cucine e corridoi di una grande casa ,inglese, ma dove non c’è via d’uscita per Anthony , se non guardare i bambini giocare dalla finestra. La svolta tra realtà e fantasia mentale, avviene quando la figlia Anne ben resa dalla brava attrice Olivia Colman, decide di ricoverare suo padre , in clinica per curare la malattia. Qui Anthony si ritrova da solo a ricucire la sua esistenza tra ricordi e angosce e con la certezza di dover affrontare un ultimo appuntamento che la gentile infermiera gli ricorda come una passeggiata nel parco. Qui Anthony si arrende e come spesso avviene nei vecchi, regredisce a piccolo bambino che chiama piangendo la mamma. Un film ben costruito sulla empatia tra pubblico e personaggio, con una grande emotività nel condividere la sorte di Anthony. (mauridal).

The FATHER commento di Pippiola 

The father è pura emozione, dall’inizio alla fine. Il gioco sapiente dei rimandi temporali, il ritornare allo stesso punto che non è mai lo stesso. Il tempo che non ha dimensione anche se nelle diverse fasi della vita ne assume molteplici, fino ad arrivare al tempo “ultimo” della vecchiaia e dello sfaldamento della mente. La ricerca continua dell’orologio di Anthony è la ricerca del tempo che fu, del tempo migliore, del tempo perduto, del tempo felice, del tempo che manca, del tempo che conta ma non del tempo che sarà. Le minuziose immagini di interni che rappresentano spazi identici eppure mai uguali, il corridoio che come il percorso di una vita, metafora dello spazio/tempo, porta Anthony in luoghi mutevoli, persino nella stanza d’ospedale dove rivede la figlia morente, doloroso ricordo che la sua mente aveva rimosso. Belle le immagini della figlia addolorata e tormentata dall’impossibilità di aiutare il padre che mentre telefona alla dottoressa maneggia un prisma di cristallo che riflette luci cangianti sul suo viso, schegge che squarciano l’abisso profondo che non appartiene solo all’ammalato. Meravigliosa l’inquadratura del cortile della casa di riposo con al centro la scultura di una grande testa vuota, una testa di cui rimane solo il viso senza sguardo, quasi un emblema di quel male, quasi una premonizione della fine, in cui si perderanno, definitivamente, tutti gli intensi, mutevoli sguardi di Anthony. Quando il film termina, con la suggestione delle foglie mosse dal vento, sei piacevolmente sorpreso di non essere ancora ammalato. Pippiola.

COMEDIANS un film di G Salvatores recensione mauridal.

Il film scritto e diretto da Salvatores ,è la trasposizione a cinema di un pezzo teatrale inglese del drammaturgo Trevor Griffiths, che non parla di comicità ,anzi è la storia di sei persone che da dilettanti vorrebbero diventare attori comici seguendo un corso serale di un vecchio attore in pensione. Il tutto per cambiare mestiere poiché i sei personaggi sono operai, lavoratori precari, insomma gente umile ai limiti della sopravvivenza, con il sogno dell’arte e del riscatto. Questo in sintesi il testo teatrale che rimane integralmente nel film. La questione che il film vuole proporre è se il comico o la comicità ha un senso come attività artistica , oppure è solo un mestiere e quindi commerciale senza altre pretese .Ora poiché Salvatores che noi conosciamo come un regista autore di film impegnati nelle tematiche sia sociali che umane, ha deciso di fare il film per riaffermare attraverso i personaggi e le loro storie, che i comici, e la comicità possono avere una funzione utile alla società per tutti quelli che da pubblico seguono e pure si divertono alle loro esibizioni , a teatro ma più facilmente in televisione.Dunque una questione che potrebbe sembrare scontata solo per il fatto che “ là fuori la vita è difficile allora facciamoci una bella risata” come recita in una battuta uno dei personaggi. Intanto allora , perché questo film proprio ora che non è una situazione affatto comica. Il film non è comico , anzi al limite neanche un film divertente , solo molto parlato nei fitti monologhi dei personaggi , tutti ottimi attori , che cercano di rivolgersi ad un pubblico che forse a teatro c’è , e funziona , ma a cinema, nemmeno un poco. Dunque , viene da chiedersi , questo film, perché forza così tanto la mano allo spettatore di cinema, già tanto privato e indebolito di cinema, per tanti mesi . Provo a riflettere allora sulle figure di comici più popolari che negli ultimi tempi hanno invaso gli schermi intendo della televisione. Salta alla mente uno che del comico e della comicità ne ha fatto un’arma politica addirittura imponendosi agli italiani con le proprie battute e paradossi , il comico Beppe Grillo, che fonda un movimento politico premiato con milioni di voti alle elezioni , dagli italiani. Un comico al servizio della società uno che dalla comicità è passato all’attacco del sistema sociale, quasi rivoluzionario, con molti seguaci e tanti elettori. Dopo tutto perché un comico o i comici non possono conquistare il potere, perché pensano solo a far ridere ? Tuttavia il film propone una risposta , il comico deve fare ridere senza fare il filosofo .Tutto il resto è un accidente della Storia e una risata seppellirà tutto. (Mauridal)

COMEDIANS , commento di Pippiola

COMEDIANS    Se Toulouse Lautrec avesse utilizzato una cinepresa anziché pennello e tavolozza avrebbe girato questo film. In un’atmosfera inquietante, con un violento temporale di sfondo, luci vivide e suggestive di un bel taglio fotografico, si scandiscono i minuti che precedono l’andata in scena. L’ambiente è un’ aula scolastica, uno spazio che ci accompagna per gran parte della vita ed in cui si svolgono queste lezioni sull’arte della comicità quasi lezioni di vita, non solo per la visione che ha il maestro della stessa arte comica, ma, soprattutto, per una sorta di denuncia autocosciente che s’innesca tra i protagonisti, un volersi liberare dai fardelli della vita attraverso il successo da attore comico. In questo frangente, seppur breve, si mostra allo spettatore il volto umano degli aspiranti comici, affiorano dolori, rivalità, incomprensioni, odio e disperazione. E dalla battuta comica il passaggio al singolo dramma di vita è veramente breve. Salvadores è ritornato su un lavoro che aveva affrontato in teatro trent’anni fa e lo rielabora con lo sguardo della maturità che è, inevitabilmente, velato di malinconia e scandito in modo ossessivo da tempo. Una prima parte più coinvolgente che poi diventa un po’ stanca e forse troppo ancorata al taglio teatrale, non diviene pienamente cinema, in ogni caso una riflessione suggestiva sull’esistenza e sull’arte della rappresentazione in senso ampio, sull’intrecciarsi continuo di realtà esistenziale e ruolo da attore, la commedia comica come catarsi della tragedia umana     

PER LUCIO. un film di Pietro Marcello. commento. mauridal

PER LUCIO UN FILM DI PIETRO MARCELLO

Quando le capacità del documentarista si esprimono al meglio , allora questo film è proprio l’ esempio di come il regista Pietro Marcello sia riuscito nel proposito di raccontare con strumenti tipici del documentario, la storia della vita musicale di Lucio Dalla ,tra i più noti e popolari cantautori italiani. Ma , forte per il regista è stata la tentazione di allargare la prospettiva dalla singola storia di una vita , seppure nota e pubblica , ad una intera storia di una nazione che ha visto nascere il personaggio Lucio Dalla e infine lo ha portato al successo conclamato da un pubblico unanime . Dunque il tema del film non è Lucio ma la storia italiana che ne ha accompagnato la vita artistica e anche come vedremo poetica del cantautore. Storia di un Paese dal dopoguerra fino agli anni del terrorismo, che ha segnato con tanti eventi, con avvenimenti politici e storici la personalità dell’artista. Eventi storico politici documentati efficacemente con citazioni di filmati, con interviste e infine con le musiche e le canzoni di Lucio Dalla sempre con filmati tratti da concerti e spettacoli. IL taglio del documentario è sottolineato poi dal dialogo fra due personaggi realistici, che hanno conosciuto e vissuto con Dalla un lungo periodo della sua vita sia artistica che umana .Dialogo, tra due bolognesi Tobia e Stefano Bonaga , conterranei , che viene ripreso dal regista , in modo simpaticamente conviviale , ovvero a tavola in trattoria, dove mangiando squisiti piatti della cucina emiliana, i due si lasciano andare ai ricordi e ai racconti della vita passata di Lucio, restituendone una versione poco nota al grande pubblico dello spettacolo. Intanto un aspetto dell’impegno politico e morale del cantautore verso , gli sfruttati del lavoro e della vita , inedite per molti le scene dell’artista con gli operai delle fabbriche in sciopero , o della solidarietà verso gli ultimi,.Dunque un aspetto dell’animo forse poco conosciuto , ma che esce chiaro dai flash di interviste fatte in varie occasioni da Lucio dove esprime chiaramente la sua fede di credente in un dio tutto da cercare. Molti aspetti allora di un personaggio che infine non esce nel film come uomo di spettacolo, disimpegnato e venduto al successo, anzi al contrario, un artista della musica attento e pienamente inserito nel suo tempo e nella realtà. Pietro Marcello ha saputo restituire con questo film, la sua idea o forse la sua ideale rappresentazione dell’artista, come dovrebbe essere e che specialmente nello spettacolo, tante volte non è. (Mauridal)

PER LUCIO COMMENTO :PIPPIOLA

Per Lucio, docufilm di Pietro Marcello, è un’interessante ricerca documentaria che racconta uno spaccato di storia e di costume d’Italia, dal secondo conflitto al dopoguerra, dal passaggio da una società contadina ad una industriale(bellissima la nota sugli odori che cambiano). Stupende le scene della mille miglia e dei funerali di Nuvolari. Poi il boom economico visto attraverso il diffondersi di auto e scooter, gli abiti, i balletti. E ancora le lotte operaie, il 68 ed il movimento studentesco, la strage della stazione di Bologna, la tv con interessanti filmar molti dei quali poco conosciuti( bellissimo il filmato della trasmissione che vede discutere con Craxi &;Dalla e Strehler). Lucio compare in modo intermittente in questo spaccato, a punteggiare la nostra storia dagli anni 60 in poi, quasi come un pretesto per raccontare l’Italia attraverso un’incredibile e raffinata ricerca documentaristica. La prima impressione, quella “di pancia” ;è che non stai vedendo ciò che ti aspettavi, ti senti deluso, in realtà è indispensabile una riflessione successiva che consenta di cogliere delle sfumature ed i rimandi; l’amico d’infanzia che dice”Lucio ti deludeva sempre, non faceva mai ciò che ti saresti aspettato” quasi come se il regista avesse voluto ottenente la stessa reazione immediata dagli spettatori. La scelta di far raccontare di Lucio l’amico d’infanzia ed il suo manager, in una trattoria, mentre mangiano, parlando anche con il boccone in bocca (istintivamente un po’ fastidioso) rivisto nel contesto di questo abile racconto per immagini, sembra sottolineare che, vuoi o non vuoi la storia scorre e tu ci sei dentro, col tuo semplice raccontare, o lasciando un segno indelebile nel campo musicale come Lucio, la STORIA siamo noi. (Pippiola)

dal film OCCHI BLU con. Valeria Golino

OCCHI BLU un film di Michela Cescon IT. 2021 recensione: mauridal

OCCHI BLU un film di Michela Cescon Quando una attrice affermata come la Cescon, decide di passare alla regia e alla sceneggiatura di un film, deve necessariamente avere forti motivazioni di varia natura , necessità narrativa, esigenze creative, impulsi artistici , e chissà cos’altro. Ecco che qui in questo film , un vero e proprio motivo alla fine, di comunicare un tema narrativo, non sembra esserci. Uno spettatore a cinema ben disposto a tutto , almeno vorrebbe una comunicazione anche emotiva di una storia congrua ai personaggi. Trovo da spettatore , in Occhi blu , una vicenda lontana , irreale forse astratta con salti e sussulti , molto poco a cui appigliarsi per seguire le immagini. La regista dunque si è data un compito algebrico difficile da eseguire , rendere poco più che un canovaccio, una storia per un film completa di personaggi e ambientazione. Soluzione più che facile: personaggio principale , una misteriosa occhi blu, che scappa sempre , in motocicletta interpretata ,da una Valeria Golino in piena forma espressiva , poi , un personaggio comprimario che regge bene il suo ruolo, il non attore Ivano Di Matteo ,come un commissario di polizia italiana, intontito q. b. infine , ma non ultimo una figura che renda il genere noir policièr, alla francese. L’attore Jean-Hugues Anglade , come un vecchio commissario di polizia, parigino che in pensione collabora con il vecchio amico e collega italiano alla questura di Roma .Già tutto questo farebbe alzare dalla poltroncina il bravo spettatore, ma un altro più critico e curioso , aspetta lo svolgimento del compito. Dunque un film basato sugli attori soltanto, poiché la storia narrata non regge. Valeria, Golino , di nome e di fatto la protagonista, è il perno del film con i suoi occhi blu guida queste grosse moto roboanti e assordanti di marca giapponese , per tutto il film , facendo rapine armata a chissà chi nascosta sotto un enorme casco. Rapine che porta termine da sola, , perché subito dopo deve impazzare a tutta velocità sulla moto per le strade di Roma , città scelta per ambientare il film. Si capisce che la regista abbia voluto ironizzare sulla altissima velocità di Valeria in moto a Roma in peno centro di giorno, ma che la polizia non riesca ad acciuffare questa rapinatrice è veramente singolare. Ad ogni modo , Pur non afferrando appieno il senso di tutto questo , la storia , si complica con il cosiddetto il francese ovvero il commissario parigino , che oltre ad aiutare il collega romano a Roma, deve portare termine un vecchio conto in sospeso in italia, trovare e vendicare chi ha ucciso, la giovane figlia che uscendo in bicicletta fu investita guarda caso ,da un motociclista. Ora ripeto , niente di più facile , poteva chiudersi così , Valeria rapinatrice in una folle corsa in moto investì e uccise la figlia del francese. Ma no, i tempi sono diversi . Intanto il vecchio policèr ormai tornato per aiutare il collega romano a trovare l’imprendibile Valeria, che scompare sempre in moto, con i suoi vecchi metodi , riesce rintracciare Valeria, addirittura le parla, ne capisce la psicologia, non è una assassina , è una donna in fuga , rapina solo per sfidare tutti quanti, i soldi non sa che farsene. Li tiene solo nascosti. A questo punto anche lo spettatore critico e curioso si arrende . Così non seguendo più la storia si lascia andare alle immagini, e soprattutto alla buona colonna sonora , che moto a parte ci lascia ascoltare la tromba Jazz diPaolo Fresu .Le immagini sono a tratti davvero affascinanti , con citazioni del cinema d’autore da Antonioni a Godard , al noir francese, insomma , la regista ha portato a termine il compito: il film dunque finisce con un accordo di scambio di favori tra policièr e commissario che ha individuato nell’assistente complice meccanico di Valeria il vero motociclista assassino, dunque scambiandolo con la cattura di Valeria . Ma anche nel finale sfugge Valeria , che dopo vari inseguimenti butta la moto nel Tevere e lei si fa una bella visita dall’oculista ai suoi occhi blu. Questa trama malamente descritta , non corrisponde appieno alla visione del film che è tutt’altra cosa visto che le suggestioni, il silenzio dei dialoghi le luci ,la fotografia, i rumori, il suono , la bravura della Golino , ne fanno un film anomalo, un film che sfugge , ma non in moto .(mauridal)

OCCHI BLU commento Pippiola

Occhi blu, il primo film di Michela Cescon, affascina e risucchia lo spettatore nelle particolarissime atmosfere, spogli ed enigmatici ambienti interni, con tagli di luci vivide, spesso accecanti a volte flou e rumorosi ed esasperati intrecci viari esterni, brulicanti di mezzi in movimento. Una Roma diversa, opposta alla città cartolina, ma metropoli anonima perché, come dice il francese, “le grandi città sono tutte uguali”. Efficaci le riprese con passaggi veloci tra diversi campi, stupenda l’immagine d’effetto del Colosseo (per niente cartolina) ed il sovrapporsi tra gli intrecci della mappa del commissariato e la viabilità reale. Da sottolineare anche le suggestive inquadrature delle scale, il primissimo piano di particolari ossessivi, come l’acqua che scorre verso lo scarico del lavandino lurido dell’officina, gli sguardi che sostituiscono i dialoghi. La trama è un pretesto, la figura di questa donna, misterioso dottor Jekill / Mr. Hyde potrebbe rappresentare il disadattamento sociale prodotto dalle nostre metropoli ma anche tanto altro, le interpretazioni, le conclusioni, sono sospese, nulla è del tutto definito, la protagonista è l’atmosfera, la suggestione dell’immagine, un grande plauso anche a Matteo Cocco, per la fotografia. Il film è un elegante e raffinato richiamo ed omaggio al grande cinema: europeo ma soprattutto francese e dell’est, americano, noir, surreale, irriverente, di strada. Molti pregi e forse un piccolo neo: lievemente ridondante. pippiola

MARX può aspettare. un film di Marco Bellocchio. commento di.: mauridal

IL FARDELLO di Marco , commento mauridal al film : Marx può aspettare di Marco Bellocchio. Quando una persona , colta ,intellettuale fa il mestiere di regista di cinema , a differenza di tutti gli altri , ha un privilegio , poter raccontare ad un vasto pubblico, la storia privata della sua famiglia, con mille risvolti ,particolari e tante sfumature .In generale tutti gli artisti, scrittori , pittori , potrebbero farlo, ma il cinema si presta meglio a coinvolgere, a interessare emotivamente il pubblico, che sceglie di guardare un film. Marco Bellocchio regista ormai noto e celebrato per la sua lunga e matura carriera, ha voluto in tarda maturità realizzare un film documento, un piccolo film, se vogliamo, ma dall’enorme intensità sia della storia raccontata, ma anche delle immagini, che parlano da sole, anche senza la voce del regista che commenta e racconta , insieme ai protagonisti del film. Un film particolare come la storia di questa famiglia, come anche tutti personaggi , come particolare e singolare è la personalità del regista. Intanto il film racconta la storia della famiglia Bellocchio ,con particolare riguardo al fratello gemello del regista , Camillo , morto da giovane per un suicidio negli anni ’80 di cui tutti si rimproverano e al contempo si difendono. La carrellata di volti e sguardi che le immagini mostrano in una realtà odierna ci fanno vedere persone ormai anziane, altri fratelli, le sorelle, tutti gli amici che li hanno conosciuti, che in definitiva si auto assolvono da qualsiasi responsabilità o colpa per il fatto accaduto ma che li ha profondamente segnati e forse cambiati . Insomma persone ormai indifese che davanti alla camera da presa si raccontano con tutta l’angoscia e la incredulità provata in passato per quel suicidio imprevisto. Dunque il più cosciente dell’accaduto al fratello è proprio il regista Marco, che ha portato per tanti anni il peso di un fardello , di una colpa inconfessata, per non aver capito niente del fratello, al pari degli altri. La differenza è che Marco Bellocchio è riuscito attraverso il cinema a realizzare una sorta di catarsi, e qui la psicoanalisi sarebbe più precisa nel percorso di liberazione, compiuto dal regista, ma alla luce dei film realizzati e delle storie raccontate ,soprattutto dalla forza delle immagini che i suoi film dimostrano, ovvero una forza contro la realtà, contro le convenzioni, immagini- contro, appunto a quella presunta armonia e ordine che la famiglia e la società dovrebbero avere. Dunque anche in questo suo ultimo film , il regista Marco Bellocchio conferma tutta la sua contrarietà ai valori di quella tanto vituperata borghesia , di cui fa parte a pieno titolo. Dunque un contestatore irrisolto, ma forse di più , un artista in conflitto con sé stesso che cerca oggi negli sguardi che si interrogano dei suoi giovani figli , una giustificazione e una soluzione. L’Ironia vuole che invece proprio un prete cinefilo ,suo amico lo assolve nel finale del film, in virtù dei film realizzati fino ad oggi e quindi salvando non l’anima, ma il cinema ,come sua unica ragione di vita , e mai assoluzione fu così ironicamente vera. (Mauridal)

MARX può aspettare commento di Pippiola

 

[08:09, 7/27/2021] :  Marx può aspettare, Una fotografia implacabile e tagliente della famiglia Bellocchio che può rappresentare l’archetipo del suo tempo ma, ciononostante, lucida ed elegante, grazie all’occhio ed al cuore del regista. Una famiglia borghese di otto figli, il padre poco presente, una madre bigotta, il dramma del primo figlio con disturbi psichici, una figlia sordomuta che, però, nelle interviste del film parla tanto. Tre dei fratelli abbracciano le idee socialiste, distaccandosi dalla formazione familiare, interrogandosi sulla religiosità, a loro poco comprensibile, della madre, imperniata sull’orrore delle fiamme dell’inferno, sul senso di colpa; ironizzando sul Limbo, indefinito “luogo” di anime sospese che angoscia la madre, che, oggi, per la Chiesa, non esiste più, ;così come il purgatorio. L’ evoluzione verso la famiglia più manifestamente affettiva, più paritetica bei ruoli, comincerà timidamente negli anni 60 per poi definirsi negli anni 70. Ricordo questa religiosità cupa, questo Dio giudice implacabile che punisce più che perdonare, ricordo la scarsa presenza di mio padre e una forma di eccessivo pudore che non ci consentiva di lasciarci andare ad “ abbracci e coccole “ familiari; i ruoli erano ben definiti, i percorsi da seguire altrettanto e non si indulgeva a sentimentalismi e ad affettuosità considerate “superflue”. In questo clima si consuma il dramma del suicidio di Camillo, gemello di Marco, a 29 anni di vita. Significativo il cambio di casa e la scelta della madre di far dormire Camillo nella stanza con il primogenito, affetto da turbe psichiche, che all’epoca si nascondevano all’interno del guscio familiare, anziché curarle, viste più come una vergogna che come una malattia; la sorella sordomuta che racconta con ricchezza di dettagli il ritrovamento del corpo di Camillo appeso ad una corda ma che ancora oggi lo ritiene un incidente e non un suicidio. Una famiglia che ha scelto di non mettersi in discussione in occasione di un dramma di tale portata. La macchina da presa di Marco scava in questi intrecci familiari di affetti /non affetti, dopo 53 anni dal dramma, un testamento artistico ed umano, un atto liberatorio ed un omaggio all’oscurato Camillo, punteggiato da significative scene dei suoi film. Il tormento di non aver saputo cogliere il malessere del gemello confessato ai figli, l’incapacità di cogliere la frustrazione del gemello nel sentirsi inadeguato nei suoi confronti e degli altri fratelli, “Marx può aspettare, ora ho altro a cui pensare”. ;La sorella dell’allora fidanzata di Camillo, intervistata, accusa la famiglia tutta di indifferenza ed insensibilità verso la ragazza e la sua sofferenza, un’estranea il cui dolore non apparteneva alla FAMIGLIA. Si contrappone a questa la toccante intervista al sacerdote amico di famiglia che con grande sensibilità si riferisce ai suoi film, che ha visto tutti, che definisce la sua confessione ed il suo percorso di “espiazione”, trasfigurando il suo dramma interiore ed elevandolo ad espressione artistica, in quanto tale spirituale e meritevole della sua “assoluzione”. ; Un bel lavoro, coraggioso, doloroso ma obiettivo, costruito con la sua ineguagliabile maestria e ;che corona degnamente il premio alla carriera appena ricevuto a Cannes. [08:12, 7/27/2021] . Pippiola

ESTATE 85. UN FILM di François. OZON francia 2021

ESTATE 85 un film di François Ozon Francia 2020 I protagonisti del film sono due ragazzi adolescenti che non avendo ancora una personalità e anche identità certa si trovano per caso a vivere negli anni 80 una storia di grande amicizia inizialmente ma che poi diviene anche confusamente amore, sesso ,attrazione e dipendenza reciproca. Dunque una storia romantica. Invece il regista forse per suoi trascorsi biografici fa diventare questa banalissima storia adolescenziale - melodrammatica, con annesso finale tragico. Banale storia adolescenziale , per il fatto che nel corso di una estate al mare in un paesino di villeggiatura , dove le famiglie con tanti figli adolescenti si ritrovano ,spesso accade che scoppino amori grandi e piccoli tra ragazzi e ragazze , ma anche tra le femmine e anche tra maschi. Il tempo dell’estate, corre veloce consumando questi amori in maniera naturale cioè per esaurimento. Qui il regista ha voluto questa storia molto francese , ma poteva essere anche altrove, forzatamente tragica e drammatica . Intanto il titolo del romanzo alla base della storia è Danza sulla mia tomba “ una frase ripetuta dai due protagonisti più volte per promettersi eterno amore ,fino alla morte , cosa che farebbe sorridere anche adolescenti più semplici ma qui la nota mortifera esistenziale diventa una nota quasi sostanziale per giustificare i comportamenti del tutto banali e semplici dei due ragazzi. Dovrebbe destare scandalo la natura omosessuale della storia. Invece ad uno spettatore correttamente aperto alla comprensione e accettazione della identità di genere diversa dalla norma convenzionale, non desta nessuno scandalo , anzi questo film potrebbe rafforzare l’idea che tra giovani e non , le diversità vanno accettate iniziando dalla famiglia e poi da tutta la società . Insomma questo film racconta di due giovani che si amano ma potrebbero anche essere due donne anziane o due vecchi ,non cambia il significato del tema di fondo. Dove il film non ha funzionato, è l’eccesso di melodramma sfociato nell’inevitabile tragica morte di uno dei due ragazzi, forse necessaria conclusione di una storia nata con il binomio classico Amore e Morte . I due attori giovani interpreti dei personaggi a volte sembrano auto ironici e divertiti del ruolo, anche la parte della Bruni Tedeschi madre di uno dei giovani risulta molto ironica e a tratti comica. Dunque un film che assegna una parità di genere tra storie di giovani dello stesso sesso , parità conquistata con molta fatica dagli anni ottanta fino ad oggi. (Mauridal)

JAMES un film di Andrea Della Monica Italia 2021

Quando si presenta un film su un artista ,musicista vivente e contemporaneo , allora si deve subito chiarire che non si tratta di commemorare o ricordare a posteriori un passato glorioso ma che purtroppo ha cessato la propria vitalità. Al contrario in James, film di Andrea Della Monica si realizza una vitalità presente nel raccontare la musica e i tanti aspetti della vita di James Senese musicista partenopeo e parte afro americano tanto per mischiare le carte . In realtà le  origini e la biografia di James Senese,  nel film non interessano molto . Il regista e gli sceneggiatori hanno dato per scontato la notorietà del musicista, concentrando il tema e il racconto delle immagini sulla musica, affinchè non sia un paradosso comunicare la musica per immagini. Dunque qui tutto questo si realizza in pieno e attraverso la musica, diremmo la colonna sonora, e le immagini di James Senes e che si esibisce nei concerti in pubblico ,rintracciamo un ritratto dell'uomo artista e anche della persona umana molto diretta e comunicativa dei sentimenti e degli umori provati. Attraverso le immagini di James che chiacchiera a tavola con gli amici, oppure quando in treno si sposta per i concerti, ritroviamo non un divo o una star ma un artista che si comunica con una semplicità disarmante . Uno dei momenti significativi di questo aspetto è nel momento in cui Il regista con la sua video camera , mai invadente , segue James nella sua Napoli del centro storico nell'acquisto degli strumenti musicali per il suo lavoro. Il negozio conosciuto tra i musicisti lo accoglie e si apre un siparietto teatrale dove James acquirente di sax e trombetta, sciorina tutto il repertorio di compratore diffidente del prodotto, che verifica, prova, testa il suono e infine tira sul prezzo giudicato troppo caro. Una vera pièce teatrale degna del miglior comico napoletano pieno di mimica gestualità e sarcasmo. Intanto la musica non si perde nelle immagini, anzi nella seconda parte diventa protagonista del film facendo apprezzare al massimo per chi non ne conoscesse ancora le qualità, il musicista che è tutt’ora, il vegliardo James Senese. Per quanto riguarda lo specifico musicale, lascio ai musicisti le sottili disquisizioni sulle differenze tra blues e Jazz , groove e via dicendo. Molto meglio concedersi all’ascolto dei brani musicali e godersi il finale tutto Musica e immagini di James. (Mauridal)

dal film JAMES di Andrea Della Monica

TRE PIANI un film     di Nanni Moretti


dal film tre piani

TRE PIANI un film di Nanni Moretti

UN FILM DI NANNI MORETTI : TRE PIANI .Quando si raccontano le esistenze di persone della borghesia di una città , che vivono in case e palazzi decorosi e di prestigio ,con interni arredati alla perfezione con un pizzico di ricercata raffinatezza, allora si può incontrare la vicenda di un un palazzo in una grande città, a tre piani, un condominio, con persone perbenissimo, che hanno in comune una disperata solitudine nelle famiglie in cui vivono . Ecco il film ultimo del regista Nanni Moretti ,è tratto da un romanzo di autore straniero e adattato da una sceneggiatura che non nasconde la difficoltà a narrare esistenze agiate ,i protagonisti sono giudici, architetti, professionisti, ma tutti attraversati da disagi psicologici, sia gli adulti vecchi padri e madri che soprattuto i giovani figli di queste famiglie che abitano nei tre piani del palazzo. Il film non è una commedia satirica, viene però facile ironia pensare ad un condominio abitato da pazzi e spostati, come forse è facile trovare nelle grandi città italiane. Intanto una felice trovata della sceneggiatura è quella di differenziare la follia o il disagio mentale proprio in tre livelli come veri piani differenti. Al primo piano, troviamo l’ ossessivo architetto , interpretato da Scamarcio al secondo, abita una madre giovane la vedova bianca ,il personaggio di Alba Rohrwacher affetta da visioni, e fantasie come la sua vecchia madre ,ma senza un marito in casa perché.sempre in viaggio .Intanto però ha il tempo di fare due figli che cresce da sola. E infine al terzo piano il personaggio del giudice togato ovvero Nanni Moretti integro e controllato nel suo super io, che vive da anni con la moglie( Margherita Buy) anche lei giudice ma stonata e affetta da crisi materne poiché il loro giovane figlio è paradossalmente un delinquente. Infatti al rientro in casa da una serata di bevute ,investe con l’auto una donna e l’uccide. Tutte queste singole storie mentali , si intrecciano e si incontrano nei tre piani del palazzo scompaginando e confondendo appunto i vari piani narrativi e le singole vite.La vicenda è ancora più complicata quando entrano in scena una coppia di anziani dirimpettai dell’architetto. Il vecchio signore, soffre di Alzheimer e spesso intrattiene a giocare la sua piccola figlia quando la madre lavora .In seguito ad un banale contrattempo nel tenere la figlia il vecchio viene tacciato dal padre di abusi sulla bambina .Scamarcio interpreta bene il padre quando diventa ossessivo e paranoico nella convinzione della presunta violenza negata però dai fatti Meno convince quando è a sua volta stupratore della nipote dei due vecchi vicini. La storia si divide in due fasi di tempo a distanza di cinque anni, dunque nella prima, avvengono i fatti in premessa e nella seconda fase di altri cinque anni si snoda l’epilogo delle singole storie dove tutti gli adulti invecchiano o addirittura il giudice muore, e i bambini e i giovani diventano adulti tra mille incertezze e fragilità. Un caso a parte sono tutte le donne del film , la madre giovane visionaria e singola, aspetta sempre il marito, le due mogli sia del giudice che dell’architetto cercano di trovare un senso alle loro esistenze malgrado le avversità, e soprattutto le figlie e le nipoti che crescendo forse saranno consapevoli e sane di mente nonostante i genitori . Chi non si salva è appunto la figura del giudice e di sua moglie che fallisce come madre di un figlio condannato per omicidio che scontata la pena in galera esce e a sua volta rifà una famiglia sua a costo di rifiutare sua madre e non vederla più. Dunque un groviglio di vite nell’arco di un decennio, che non aiuta la buona speranza dello spettatore di risollevare lo spirito , dopo le depressioni e le psicosi rappresentate. A nulla vale il finale del gran ballo in strada citazione felliniana di otto e mezzo , per riprendere lo spettatore. Un film differente e poco morettiano, per alcuni motivi, uno, è senza ironia, due, è poco probabile in alcuni aspetti dei personaggi è infine ripetitivo e lento in molti passaggi del racconto. Dunque una attuale fase di serietà mortifera per il regista che alla splendida età dei sessantotto anni può ancora augurarsi una svolta ironico salvifica. Se lo augura anche il pubblico. ( mauridal)